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1.
Si può insegnare, la Poesia? Dolce utopia, scommessa fra il cielo e il
cuore ! Un confine sensibile che certo non è facile spiegare, varcare
– e la tecnica chiede aiuto all’emozione, l’inspirazione al metodo, la
pazienza più riflessiva all’istinto immaginativo…
Si dice in realtà
che poeti si nasca, per qualità sorgive, talento connaturato, DNA implicito
della fantasia, predisposizione all’arte e all’uso nobile della Parola.
Si capisce, è vero. Ma vero è anche il contrario: cioè, che la letteratura
tutta, e in particolare la forma – poesia, è frutto inesausto e dedito
d’un continuo, felice sforzo linguistico, esercizio espressivo, insomma,
d’una privilegiata dialettica della Forma, e formalizzazione del Contenuto.
Riuscire con le parole giuste a cogliere, fermare e restituire
ad ogni lettore il bagaglio emotivo che riguarda tutti, il corredo universale
delle sensazioni, il messaggio
amplissimo che dalla realtà nasce e alla realtà torna, ammonendola di
sempre nuove rifrangenze sensibili, arricchendola di variegati echi interiori.
Ecco l’unico, manifesto segreto del far poesia…
Dunque, applicazione,
metodo, esercizio. Perché possono perfettamente fondersi
ed eccellere le tre simultanee qualità e sorgenti d’ogni profondo
e motivato sentire poetico, che è insieme e al contempo frutto della Mente,
dello Stile e del Cuore. Da solo, lo stile non fa poesia;
come non lo fa il cuore, né il pur prezioso lavorio o artificio della
mente può surrogarla, evocarla. Pensare, Sentire, de-scrivere: ecco invece
i tre verbi, cioè le tre operazioni creative principali che sovrintendono
e garantiscono la scrittura, la pratica della resa, diciamo, sensitivo
- lessicale . E allora, a scrivere s’insegna, e lo si impara eccome! –
cominciando con una lieta e spesso fascinosa immersione nel mare magnum
della lirica d’ogni tempo e paese, che per la stessa
gioia amorosa, il medesimo acuminato dolore, o entusiasmo o la
pena d’autocoscienza e progresso civile, ha animato nei millenni, nei
secoli, i poeti a cantare tutta la scala ascendente o discendente del
sentimento, utilizzare l’intera tavolozza dei toni e delle sfumature,
argomentare tutti i teoremi o le metafore o le invocazioni che appartengono
e nutrono il cosiddetto pathos,
che è poi il grande percorso e disegno, progetto e ricordo, il punto d’arrivo
e la reciproca partenza con cui e da cui la mente raggiunge il cuore,
o viceversa, partendo dallo stile.
Moviola sentimentale
Facile innamorarsi:
difficile è essere,
innamorati. Sarebbe come fermare il tempo
al prima, dopo la vittoria rivivere l'inizio
della corsa, celebrare rallentato lo scatto muscolare.
Immortalare quel bene che provai incontrandoti,
quando vederti era già guardarmi dentro, oltre,
e meritare i tuoi occhi, che pensavano col cuore.
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2.
Stile, Mente e Cuore sono dunque i tre elementi basilari,
gli assi portanti, i corpi conduttori d'ogni componimento poetico. Componimento,
appunto, perché "composto", o motivato dal "comporre" e "comporsi" con
queste idee concrete, e ariose materie prime.
Ma qual'è la percentuale che le intriga e le giustifica, le esige o le
esclude?
Troppo stile uccide e assorda una poesia: che sembra risuoni vacua,
vaga, inutile sfoggio di una dialettica di sé, autoreferenziale a un linguaggio
che non conduce nulla e induce il nulla; retorico come solo il Nulla raffinato
e parlantino, riesce ad essere... Troppo stile occulta, sminuisce la mente,
il ragionare in equilibrio tra logica ed emozione, progetto e ideale.
Troppo stile svuota il cuore, ne irride la chiamata e l'esigenza di serietà;
l'ansia dell'ascolto, l'umano e quotidiano dovere di una reciproca comprensione.
Lo Stile, se armonioso al suo contenuto e ai suoi ideali sottesi, è melodia
del disegno, è raggiungimento e dialogo - altrimenti, blocca e danna l'ingranaggio
stesso della "riflessione".
Ma anche troppa Mente non agevola, e ingorga, ingolfa le vive o
tenui strategie cerebrali, le più acute intuizioni liriche. Ecco, la poesia
"pensata", alla fine, diventa, più che poesia, una meditazione poetica,
un puro esercizio concettuale, che anche se scaltro o centrato, mai approda
a quel flusso unico e assemblato, Stile/Mente/Cuore, che accende e riscatta
la vera letteratura. La quale non è mai né troppo libresca né intellettualistica,
né capziosa né sdolcinata, smielata.
Fatti lieve, Poesia!,
d'intensità miglior relatrice
- fiore che mai non ci pesi, mai ci affatichi,
intelligenza in bilico ma di progetti rinfrancata:
l'azzurro che si fa golfo, porto disteso, mare e cielo
mischiati, terra d'aria - acque su cui camminare
sorretti da pura fede, fatti salvi da un consueto,
cristiano miracolo... ciò che è vasto con poco,
ma nel Tutto sconfina, predica, ci abbraccia in Natura,
d'umanità ci traduce. Ciò che perché più semplice,
più sincero - c'immola armoniosi, si dice profondo.
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3.
E troppo Cuore, infatti, ancor più raddoppia, moltiplica l'equivoco
che bastino i sentimenti, a fare poesia, che basti - di per sé - il dolore
o la gioia, la pena o l'innamoramento, a tracciare un grafico assoluto
e durevole dell'amore: un elettrocardiogramma evocato, scritto, o perfino
rimato...
Anche l'elegia, insomma, pretende autocontrollo, moderazione, stemperatezza
"sentimentale". Pure il miele sturba, e troppo zucchero in amalgama danneggia
l'esito di un impasto dolciario, la riuscita oggettiva di una torta! L'amore
non può gridare il suo stesso amore, perché, come in mare aperto, il controvento
gli allontana ancor più le parole, oppure, nella migliore delle ipotesi,
gli sgrana e mischia stridula, confusa, la voce della passione.
Più l'amore sussurra - non è un paradosso - e più si ode. Egualmente il
pensiero deve pensare senza farlo sentire, pesare; e la lingua, lo stile,
devono, dovrebbero, accompagnare le parole, il fiorire del proprio
discorso, senza presumersi, senza pretendere attenzione a sé stanti, ma
tutte dedicandosi al significato che svelano, all'emozione che conducono,
al discorso d'intimità che ospitano ed a cui tutto l'esito vero della
poesia è diretto e subordinato. La poesia è riuscita solo quando - e al
contempo -, per un incanto felice e insurrogabile, apre e gratifica la
Mente, semplifica lo Stile, accarezza e riposa i tormenti, i palpiti o
le ragioni del Cuore.
Stella del desiderio
In amore, nuvolo,
occulto cielo è il pensiero
- eppure è d'un travaglio assoluto che ti parlo,
e tu solo svelandolo, potresti rispondermi:
perché io ora ti squarcio, ti irraggio un cuore...
Tutto in amore è intimità, seduce mistero:
notturna, desiata carne - già mi brilli vicina!
Ed io casto avverto che se non t'anèlo ti perdo:
ma se almeno ti sogno, luce stellata ti raggiungo.
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4.
Ma
cos’è, veramente, la poesia, e qual è il suo dicibile incanto
creativo, la sua profonda, irrinunciabile
necessità sensibile, la sua sete e insieme fuga nella Realtà, per ciascuno di noi – in modo eguale e diverso, consimile e
variegato?
Credo che la poesia sia la capacità che ha la parola, la pagina, di
diventare specchio di noi stessi agli altri. Restituiamo con le parole un
nostro ritratto interiore che può essere magari criticato, ma
“com-preso”, in senso etimologico. Non credo che la poesia sia solo
dei poeti. Il poeta ha più abilità tecnica per poterla gestire, in senso
formale e stilistico. La poesia, però, è come la musica: è una melodia
universale interiore che appartiene a tutti; poi c’è chi ne è più
esperto e ne diventa professionista… Non penso, tuttavia, che la poesia
sia un’esercitazione letteraria, una mera formalizzazione dell’abilità
stilistica. La poesia è come un immenso mosaico composto di frammenti di
realtà, ma anche dell’Io,
di egoismi, di egotismi, di malesseri, o viceversa di dolcezze, insomma di
gemmazioni interiori esistenziali.
Eliot, negli anni ’30, affermava che la poesia varia con il “mutare
della società, così come cambia il pubblico a cui si deve rivolgere”.
Cosa si richiede dunque alla poesia nell’epoca che stiamo vivendo?
Possiamo – e forse dobbiamo – chiederle ancora molto. Oltretutto, c’è
sempre così poco tempo, nella vita e nei bioritmi di tutti i giorni, per
cui la lirica, perfino a livello formale, per la sua dote di brevità,
per la sua quantità succosa e stilistica di esperienza concentrata,
potrebbe anche essere un “genere” letterario, una modalità espressiva
in grado di ritornare in auge, specialmente tra i giovani. Contrariamente
a quello che si può pensare, oggi c’è un forte ritorno al
romanticismo; e non si tratta di un “riflusso” tipo
anni ’80: è un ritorno profondo, seppur a volte sotterraneo,
velatamente trasmutato, nei nuovi modi e nei moderni gesti, intimi o
collettivi. Lo abbiamo visto anche questa estate durante il grande meeting
della Gioventù: lì non c’era solo la fede dogmatica, la benedizione
del Papa o i riti universalistici dell’Anno Santo, fra agili,
ipertecnologizzate aperture massmediatiche e magari gravosi, secolari
retaggi teocratici; c’era una sincera ed esemplare voglia d’amore, un
desiderio immanente e vero di stare insieme, di confrontarsi.
In questo senso, ritengo che la poesia, specie a inizio 2000, possa essere
sempre un validissimo “comun denominatore” culturale. Attualmente c’è
un fastidioso, irritante eccesso del superfluo, un benessere fin troppo
sfrontato: e questo crea anche molta alienazione, tra i giovani. Alcune
decisive essenziali affettive, come l’edificio della famiglia,
cominciano a sbriciolarsi… Quello di cui c’è bisogno non è solo il navigare
o il ritrovarsi e contattarsi via Internet. Internet è un moltiplicatore
di una immensa, globale rete
comunicativa e interattiva, m il DNA esistenziale dei sentimenti, rimane
lo stesso, da Catullo a Leopardi, da Omero a noi. E la poesia è sempre lì,
pronta come una trasparente, primigenia, meravigliosa e microscopica vitamina,
non soltanto del pensiero, ma anche delle emozioni.
I poeti lavorano di notte
I
poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere Iddio.
Ma i poeti, nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.
Alda
Merini
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(da
“Testamento”, Crocetti Editore)
5.
Non è certo mai facile dare
ricette espressive miracolose, o formulare misteriose cabale
liriche, ipotetiche equazioni culturali all’insegna dell’ottimismo
poetico… C’è però immenso bisogno di versi onesti che
comunichino veramente delle emozioni, e di una poesia che non
giochi di puro sperimentalismo.
La
parola va rispettata, e non vacuamente usata come un giocoliere userebbe
dei colorati birilli… Spiace dirlo, ma questo è ciò che hanno fatto
molte neoavanguardie credendo di dover “stupire il borghese”, come si
usava dire (ammesso poi che esista ancora
un borghese simile, cioè capace di
essere risibilmente stupito, oggi che un po’ borghesi,
standard o atipici, lo siamo tutti…). No, non c’è proprio più
nessuno da stupire, e niente di cui stupirci. Non c’è nemmeno bisogno
di far sfoggio di stilemi aulici: la scrittura deve essere colta, ma
sincera.
La poesia buona, quella vera, profonda, dei tanti e validissimi autori del
Novecento, da Eliot a Neruda, da Pound alla Achmatova, etc., non passa mai
di moda.
Ma chiediamoci ancora: può essere valida, ancor oggi, la formula dell’utile-dulci?
Può la poesia “insegnar dilettando”?
Credo sinceramente che, tutto sommato, lo si possa fare. Uno
scrittore – poeta, narratore o saggista che sia -, non deve mai
annoiare. Personalmente io diffido dello scrittore noioso: un autore non
deve mai stancare nel farsi leggere. Un poeta di nome e di fatto deve
essere sempre intellettualmente piacevole, e “fruibile” con profitto.
I grandi poeti greci e latini
sono godibilissimi, basti pensare a Orazio, e perfino a Lucrezio, che pure
è un poeta complesso, esistenzialista “ante litteram”. Un poeta può
essere magari difficile, ma non pesante; intelligente, intenso, ma non
indigesto…
E poi, proprio per l’esperienza diretta e ripetuta dei diversi laboratori di poesia che ho condotto o
conduco, mai smetto di interrogarmi sul piccolo-grande quesito se si possa
realmente insegnare, la poesia. Baudelaire, si nasce o si diventa?
Ebbene, sì, penso che si possa insegnare, se non l’attitudine e
ovviamente il talento, perlomeno il lavoro, le implicazioni e gli esercizi
legati alla forma-poesia. Il “laboratorio” è una specie di palestra
della sensibilità, in cui esercitare il proprio talento
linguistico e immaginativo. Sicuramente la palestra non ti fa diventare
sportivo, ma ti asciuga e ti rimette o mantiene in forma… Ecco, i miei
corsi propongono un uso della lingua e della scrittura diverso rispetto a
quello cui siamo abituati. Bisogna invece considerare la parola stessa
come uno squisito e basilare atto creativo, come un gesto fantasioso, come
un’occasione breve ma assoluta d’intensità, ed anche di benessere.
Scrivere una poesia per dire e dare qualcosa di sincero, di nostro. I
ragazzi adesso sono purtroppo abituati solo a scrivere un tema, o a dare
le risposte ai quesiti “ministeriali”, ma non sono affatto abituati a
scrivere per soddisfare un bisogno interiore.
Quanto agli strumenti retorici, in poesia continuano a contare, e debbono
certo essere usati, ma con giudizio. Non parlo delle formalizzazioni,
perché ormai la poesia moderna è libera, anche se questo peraltro non
vuol dire che non abbia delle sue necessità proprie, ad esempio di ritmo
etc. Dall’Ottocento in poi il verso libero ci ha fortunatamente
affrancati dalla schiavitù della rima. Non è più la rima che fa la
poesia, ma, giustamente, la poesia non ha mai perso di vista le sue
armonie interne, quelle sulle quali è costruita o meglio può edificarsi.
Ho
altro da dire
Ho
altro da dire
Anzi comincia solo ora:
un filo ci lega alla natura
la linea umana è entrata nei libri di scuola
tramite la conoscenza della catena evolutiva
ma il libro non ci dice
quando la pietra franta divenne arma da taglio
né quando il suono emesso s’è fatto parola
milioni d’anni in liti cannibaliche durante il paleolitico
per cinque sei millenni di guerre di sterminio.
Nelo
Risi
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(da
“Altro da dire”, Mondadori Editore)

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